Novelle per un Anno - volume 2

Semper | Grande Narrativa

Ecco il volume 2 della monumentale raccolta di Pirandello! Altre ottanta novelle per la vostra libreria digitale e per i vostri weekend di primavera. Ma non finische qui: di volumi, alla fine, ce ne sarà un’altro ancora, con l’”Appendice”: tutte le novelle che gli erano “rimaste sparse”.
Buona lettura!

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Quand'ero matto, non mi sentivo in me stesso; che è come dire: non stavo di casa in me.
Ero infatti divenuto un albergo aperto a tutti. E se mi picchiavo un po' sulla fronte, sentivo che vi stava sempre gente alloggiata: poveretti che avevan bisogno del mio ajuto; e tanti e tanti altri inquilini avevo parimenti nel cuore; né si può dir che gambe e mani avessi tanto al servizio mio, quanto a quello degli infelici che stavano in me e mi mandavano di qua e di là, in continua briga per
loro. Non potevo dir: io, nella mia coscienza, che subito un'eco non mi ripetesse: io, io, io... da parte di tanti altri, come se avessi dentro un passerajo. E questo significava che se, poniamo, avevo fame e lo dicevo dentro di me, tanti e tanti mi ripetevano dentro per conto loro: ho fame, ho fame,
ho fame, a cui bisognava provvedere, e sempre mi restava il rammarico di non potere per tutti. Mi concepivo insomma in società di mutuo soccorso con l'universo; ma siccome io allora non avevo bisogno di nessuno, quel «mutuo» aveva soltanto valore per gli altri.
Il bello intanto era questo, che credevo di ragionare la mia pazzia; anzi, se debbo dir tutta la verità senza vergognarmi, ero finanche arrivato a tracciare lo schema d'un trattato sui generis, che intendevo scrivere col titolo: Fondamento della morale.
Ho qui nel cassetto gli appunti per questo trattato, e ogni tanto, di sera (mentre Marta si fa di là il solito pisolino dopo cena), li cavo fuori e me li rileggo pian piano, di nascosto, con un certo godimento e anche una certa meraviglia, lo confesso, perché è innegabile che io ragionavo pur bene, quand'ero matto.
Dovrei veramente riderne; ma forse non ci riesco per il motivo affatto particolare che quei ragionamenti erano per la maggior parte diretti a convertire quella disgraziata, che fu la mia prima moglie, della quale parlerò appresso, per dare la piú lampante prova delle segnalate pazzie di quei tempi.
Da questi appunti argomento che il trattato del Fondamento della morale dovesse nel mio concetto consistere di dialoghi tra me e quella mia prima moglie, o forse d'apologhi. Un quadernetto, ad esempio, è intitolato: Il giovine timido, e certo in esso alludevo a quel buon ragazzo, figlio d'un mercante di campagna in relazione d'affari con me, il quale, mandato dal padre, veniva a trovarmi in città, e quella disgraziata lo invitava a desinare con noi per divertirsi un po' alle spalle di lui. Trascrivo dal quadernetto:
«Dimmi, o Mirina. O che occhi sono i tuoi? Non vedi che codesto povero giovine s'è accorto che tu intendi prenderti giuoco di lui? Lo stimi sciocco; e invece è soltanto timido; cosí timido che non sa ritrarsi dalla berlina a cui lo metti, quantunque ne soffra dentro. Se la sofferenza di questo giovine, o Mirina, non rimanesse per te allo stato di segno apparente che ti fa ridere, se tu non
avessi soltanto coscienza del tuo tristo piacere, ma anche, nello stesso tempo, del dolore di lui, non ti par chiaro che cesseresti di farlo soffrire, perché il piacere ti sarebbe turbato e distrutto dalla coscienza dell'altrui dolore? Tu agisci dunque, Mirina, senza l'intero sentimento della tua azione, della quale provi l'effetto soltanto in te medesima.»

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Autore: Luigi Pirandello
Editore: CastelloVolante|Mur
isbn: 978-88-6399-060-7
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