La pianta proibita. Canapa: coltura e cultura

Saggistica | Mezzilibri

La canapa è stata per secoli una delle risorse economiche, industriali e tessili più importanti del nostro Paese, secondo produttore mondiale per quantità ma primo per qualità. Nel Novecento, nonostante gli sforzi del fascismo di proteggere questo mercato, la canapicoltura è andata perduta. Questo saggio ne ripercorre la storia e analizza le cause del suo declino attraverso documenti inediti come un manoscritto di “materia medica” di fine Ottocento o le tavole dell’Encyclopédie di Diderot e d’Alembert. Accanto alla storia dell’uso industriale di questa pianta oggi proibita, viene ripercorsa anche la storia del suo uso medico, riscoperto di recente, e di quello psicotropo, attraverso l’analisi di fonti come la leggenda di Marco Polo del Veglio della Montagna, a capo della setta degli Hashishiyya, da cui il termine assassino. E ancora, l’erba pantagruelione di Rabelais, il Poema dell’hashish di Baudelaire, le pagine del Conte di Montecristo di Dumas e quelle di Théophile Gautier. La storia del proibizionismo del Novecento viene ricostruita con un’analisi comparata con la proibizione di altre sostanze come il caffè, il tabacco e gli alcolici che hanno avuto come conseguenza la nascita dei monopòli di Stato e quella del gangsterismo. E un saggio sulla marijuana nella storia del cinema mette in luce come la considerazione della cannabis nell’opinione pubblica sia nel tempo cambiata: dalla droga devastante delle pellicole degli anni Trenta sino alle rappresentazioni leggere, scherzose e di denuncia del nuovo millennio.

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A partire dagli anni Novanta è impossibile raccogliere tutti i film che toccano il tema dalla marijuana, il panorama è troppo ampio. Si può però citare qualche esempio, magari divertente come quello di Nanni Moretti che, in una delle prime scene del film autobiografico Aprile (1998), racconta che per la disperazione, il giorno in cui Berlusconi ha vinto le elezioni sconfiggendo pesantemente la sinistra, ha fumato la sua prima canna, tra l'altro in presenza della madre. E la cosa che più stupisce, in questa rappresentazione, è che il regista non avesse mai fumato prima. Ormai con le “famigerate” canne si può solo scherzare. È questa la mentalità che si evince dai numerosi film che accennano a questi costumi e queste pratiche. Lo spinello? Lo fumano tutti, la cosa è normale e compare nei film esattamente come le altri normali scena di vita. Un altro esempio tra i più apprezzati, Il grande Lebowski (USA 1998) di Joel Coen, il simpatico protagonista fumatore d'erba e bevitore di vodka. Ma questa è una sua caratterizzazione secondaria e non fondamentale. Uno vezzo come tanti che serve alla presentazione del personaggio il cui ruolo è incentrato poi su ben altre vicende.

In questo periodo si possono individuare molti registi in cui il tema delle canne e della marijuana ricorre di sottofondo come costante delle proprie pellicole. Per esempio Pedro Almodovar, il grande regista spagnolo provocatorio e kitsch. Dai primi film grotteschi come Pepi Lucy Boom e le altre ragazze del mucchio (1990), in cui una giovane Carmen Maura è costretta a cedere ai ricatti sessuali di un poliziotto fascista e conservatore per non essere denunciata per la sua piccola coltivazione casalinga di marijuana, fino al drammatico Carne tremula (1997) in cui il poliziotto rimasto sulla sedia a rotelle si fuma una canna insieme all'amata (Francesca Neri).
Venendo invece alle produzioni nostrane bisogna citare per lo meno Gabriele Salvatores. Da Marrakech Express (1988) in cui tre amici vanno a recuperare un quarto finito nei guai per storie di droga in Marocco, a Mediterraneo (1990) vincitore dell'Oscar, in cui i soldati italiani sperduti su un'isola greca si fanno rubare le armi da un turco che li stordisce e addormenta offrendo loro da fumare fino allo stremo. E ancora, Puerto Escondido, dove Abatantuono, Bisio e la Golino si inoltrano per un losco traffico sulle montagne dove viene coltivata marijuana e, infine, Nirvana (1997) ambientato in un futuro dove il principio attivo della cannabis, il THC, è ormai sintetizzato chimicamente. Anche Mario Martone, in Teatro di guerra (1998), narra la storia di una compagnia teatrale napoletana all'epoca della guerra nella ex-Jugoslavia dove continuano a girare spinelli “perché le canne fanno parte della vita normale delle persone, e danno anche l'idea del bisogno di ottundimento, di evasione, senza cui non si reggerebbe la tensione” ha dichiarato il regista. E poi non si può non citare l’ultimo film di Stanley Kubrick, Eyes Wide Shut (1999) in una scena indimenticabile in cui i due amanti Bill (Tom Cruise) e Alice (Nicole Kidman), dopo aver fumato un po' di marijuana per rilassarsi, si interrogano reciprocamente sulla propria vita sessuale in un gioco della verità che si prolunga e dilata al di là di ogni previsione.

Passando dalle scene “trasversali” ai film a tema, il più celebre è la deliziosa pellicola di successo, molto ironica e tutta incentrata sul tema della marijuana: L'erba di Grace (Canada 1998, titolo originale: Saving Grace) per la regia di Anthony Harrison. Grace è una mite signora di mezza età con l'hobby del giardinaggio...

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Attenzione: questa è un'edizione gratuita non integrale dell'omonimo titolo in vendita a euro 4,70.

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Autore: Luca Sutter
Editore: CastelloVolante|Mur
isbn: 978-88-6399-079-9
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