I Sette Capelli d'Oro della Fata Gusmara

Ragazzi per Sempre | Fiabe

Quando Salgari scriveva del Corsaro Nero o di Sandokan in Italia c’era un’altra scrittrice altrettato fertile (in senso letterario, naturalmente), la pessima Carolina Invernizio che a noi piace tanto.
Qui, per una volta, si cimenta in una fiaba per ragazzi. Come sempre, Carolina tira dritto e si fa degli schemi suoi, infischiandosene abbastanza di quelle che sono le consuetudini letterarie dell’epoca. Ed ha un grande successo, E produce una quantità impressionante di libri. E vende tantissimo. Ed è pure donna!
Insomma, abbastanza per fare imbestialire i pomposi letterati suoi contemporanei. Di cui lei, per l’appunto, non si curava per nulla.

E volete che non ci sia simpatica?

...
Falco era l'unico figlio di un povero taglialegna, che viveva in un misero casolare, posto nel centro della foresta. Egli aveva perduto sua madre all'età di tre anni e da quel giorno suo padre non gli rivolgeva più la parola, né sorrideva: il pover'uomo stava per ore ed ore intere seduto sopra un grosso ceppo, all'ombra di una querce secolare, con l'accetta fra le gambe, i gomiti puntati sulle ginocchia, chiuso nel suo mutismo, senza curarsi del bimbo, che ruzzava ai suoi piedi con dei
piccoli ciottoli e non sospendeva il suo giuoco, che quando il padre, scosso un istante dal suo torpore entrava in casa per uscirne quasi tosto con un pezzo di pan nero, che gli porgeva in silenzio ed il fanciullo divorava fino all'ultima briciola.
Falco crebbe quindi senza conoscere i baci, le cure di una madre, le carezze, le parole amorose di suo padre. Era un bel fanciullo, dai grand'occhi intelligenti e sognatori, dal sorriso melanconico, triste.
Figlio, si può dire, della foresta, avvezzo fino dalla più tenera età all'indipendenza del bosco nativo, egli amava quella solitudine, ne conosceva tutti i segreti, non aveva paura del buio, delle bestie, degli spiriti buoni e cattivi, che si diceva popolassero quel luogo, camminava delle miglia senza stancarsi, dormiva saporitamente tutta la notte, senza che i rumori strani e misteriosi della foresta turbassero il suo sonno tranquillo.
Durante la stagione delle piogge, nell'inverno, Falco seduto presso il focolare, mentre il padre fissava intento la fiamma, quasi volesse trarne qualche pronostico, cogli occhi smarriti, il pensiero lontano, intrecciava graziosi panieri, oppure con un piccolo coltello affilato, intagliava nella scorza di alberi dolci figurine, oggetti di fantasia, che mostravano il gusto artistico del fanciullo. Oppure sopra un sillabario, smarrito da qualcuno nella foresta, si sforzava ad imparare a leggere. E se il tempo era bello, andava a raccogliere nel bosco frutta, miele, erbe aromatiche e virtuose ed altri prodotti selvatici.
Ad otto anni, già si rendeva utile in casa. Era lui che si occupava delle piccole faccende domestiche, che cambiava le foglie dei letti, apprestava le magre pietanze, teneva in ordine, pulite le misere stoviglie. Alle volte si metteva a cantare, risvegliando gli uccelli del bosco, che prendevano lietamente parte a quei concerti, non bastanti però a scuotere l'apatia del taglialegna.
Ma una bella mattina di primavera, il vecchio, giacché dalla morte della moglie era incanutito, diventato curvo, parve svegliarsi da un lungo sonno e raddrizzando la magra persona, disse al figlio stupito:
— Falco, andiamo al lavoro. —
Entrambi presero l'accetta ed uscirono dal casolare.
— Non andremo molto lontano, — soggiunse il taglialegna — ecco là un albero contorto, secolare, a metà seccato dal fulmine, che fa duopo abbattere.
— Eccomi pronto ad aiutarti, babbo, — rispose Falco.
Si avvicinarono all'albero, che mostrava una larga apertura, come un profondo vano in cui poteva entrare un fanciullo.
Falco scorse qualche cosa di bianco che si muoveva in fondo a quel vano: era certo un gatto ivi rifugiato.
Mise la testa dentro la spaccatura e gettò un grido.
— Ebbene, che cosa c'è? — chiese il taglialegna con brusco tono. — Hai veduto la strega del bosco?
— No, babbo; è una bambina.
— Prendila, portala fuori. —
Il fanciullo non si fece ripetere l'ordine. Sparì un istante, poi ricomparve, tenendo fra le braccia una creaturina, avviluppata in cenci, una bimba dai capelli neri, ricciuti, della quale sarebbe stato impossibile definire l'età, tanto era piccina, macilenta, scarna ed i lineamenti si mostravano avvizziti come quelli di una vecchia.
— Come è brutta! — osservò il taglialegna. — Certo i suoi genitori hanno voluto sbarazzarsene, non sapendo che fare di simile mostriciatto. Noi le avremmo reso un servizio lasciandola dov'era, non risparmiandola colla nostra accetta.
— Oh, babbo, come puoi parlare così, tu che hai tanto cuore! — disse Falco. — Se dei cattivi l'hanno abbandonata, perché non la raccoglieremmo noi? Ella sarebbe per me una sorellina. — E sollevando il visino smunto della bimba:
— Saresti contenta di stare con me? — chiese.
La bimba aprì due occhi meravigliosi, che sembrarono al taglialegna ed a suo figlio due stelle, e rispose con una vocina melodiosa:
— Oh, sì, Falco! Se il tuo babbo lo vuole. —
Il taglialegna parve estatico al suono di quella voce, alla frase pronunziata e soprattutto allo scintillio di quelle pupille di pervinca, che si fissavano nelle sue. Egli prese in collo la bambina, la baciò.
— Lo voglio. — disse — Non hai paura di me?
— No, perché hai cuore, e non vorrai farmi del male.
— Chi ti ha detto che ho cuore?
— Falco, ed egli non è capace di mentire. —
La meraviglia del taglialegna raddoppiava a quelle risposte, date con tanto senno. Il vecchio si era seduto a terra, tenendo la bimba sulle ginocchia.
Falco le si pose accanto.
— Chi sei? — chiese il taglialegna. — Di dove vieni? Come ti trovavi dentro a quell'albero?
La bimba rise ed a quel riso la sua fisionomia un po' cupa si rischiarò, prese una sì dolce espressione, che il vecchio rimase a bocca aperta a guardarla.
— Ho detto che sei brutta e mi sono ingannato, — esclamò. — Perdonami.

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Autore: Carolina Invernizio
Editore: CastelloVolante|Mur
isbn: 978-88-6399-055-3
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