I Misteri della Jungla Nera

Ragazzi per Sempre | Avventura

Chi si ricorda ancora della Dea Kali e dei suoi Thugs? Non erano schifidi angiolotti paffuti prodotti a Bolzano, ma mortali killer che strangolavano con un laccio di seta, rapivano fanciulle e adoravano la loro mortalissima dea dalle molte braccia.
Leggete questo libro. Ucciderete un soprammobile kitsch! E speriamo che l’anima di Salgari non legga mai questa recensione.

...
L'indiano emise un acutissimo grido e sulla sua faccia si dipinse una viva angoscia. A quel grido, dalla capanna uscì, correndo, un secondo indiano. Era questi di statura assai più bassa dell'addormentato ed assai esile, con gambe e braccia che somigliavano a bastoni nodosi ricoperti di cuoio.
Il tipo fierissimo, lo sguardo fosco, il corto languti che coprivagli i fianchi, le buccole che pendevano dai suoi orecchi, tutto insomma lo davano a conoscere a prima vista per un maharatto, gente bellicosa dell'India occidentale.
- Povero padrone, - mormorò egli, guardando l'addormentato. - Chi sa qual terribile sogno turba il suo sonno.
Riattizzò il fuoco, poi sedette accanto al padrone, agitando dolcemente un dugbah di bellissime penne di pavone.
- Quale mistero, - ripigliò l'addormentato con voce rotta. - Mi pare di vedere delle macchie di sangue!... Dolce visione fuggi di là... t'insanguinerai. Perché tutto quel rosso?... Perché tutti quei lacci? Si vuole strangolare qualcuno adunque? Quale mistero?
- Cosa dice? - si domandò il maharatto, sorpreso.- Sangue, visioni, lacci?... Quale sogno!
Ad un tratto l'addormentato si scosse; sbarrò gli occhi, scintillanti come due neri diamanti e s'alzò a sedere.
- No!... No!... - esclamò egli con voce rauca. - Non voglio!... Il maharatto lo guardò con occhi compassionevoli.
- Padrone, - mormorò egli. - Cos'hai? L'indiano parve che ritornasse in sé. Chiuse gli occhi, poi tornò a riaprirli, fissando in volto il maharatto.
- Ah! sei tu, Kammamuri! - esclamò.
- Sì, padrone.
- Cosa fai tu qui?
- Veglio su di te e scaccio le zanzare.
Tremal-Naik aspirò fortemente l'aria fresca della notte, passandosi più volte le mani sulla fronte.
- Dove sono Hurti ed Aghur! - chiese, dopo qualche istante di silenzio.
- Nella jungla. Ieri sera hanno scoperto le traccie di una gran tigre e questa mane si sono recati a cacciarla.
- Ah! - fe' sordamente Tremal-Naik.
La sua fronte si aggrottò e un profondo sospiro che pareva un ruggito soffocato, venne a morirgli sulle aride labbra.
- Cos'hai padrone? - chiese Kammamuri. - Tu stai male.
- Non è vero.
- Eppure dormendo ti lagnavi.
- Io?...
- Sì, padrone, tu parlavi di strane visioni.
Un amaro sorriso sfiorò le labbra del cacciatore di serpenti.
- Soffro, Kammamuri, - diss'egli con rabbia. - Oh! ma soffro molto.
- Lo so, padrone.
- Come lo sai tu?
- Da quindici giorni io ti osservo e vedo sulla tua fronte delle profonde rughe, e sei malinconico, taciturno. Una volta tu non eri così triste.
- È vero, Kammamuri.
- Qual dolore può affliggere il mio padrone? Saresti forse stanco di vivere nella jungla?
- Non dirlo, Kammamuri. È qui, fra questi deserti di spine, fra queste paludi, sulla terra delle tigri e dei serpenti, che io son nato e cresciuto e qui, nella mia cara jungla morirò.
- È una donna, una visione, un fantasma!
- Una donna! - esclamò Kammamuri sorpreso. - Una donna hai detto?
Tremal-Naik crollò il capo in senso affermativo e si strinse fortemente la fronte fra le mani, come se volesse soffocare qualche tetro pensiero. Per parecchi minuti fra loro due regnò un funebre silenzio, appena rotto dal gorgoglio della
fiumana che rompevasi contro le rive e dai gemiti del vento che accarezzava l'immensa jungla.
- Ma dove hai veduto questa donna? - chiese alfine Kammamuri.- Dove mai, ché la jungla non ha che delle tigri per abitanti?
- L'ho veduta nella jungla, Kammamuri, - disse Tremal-Naik con voce cupa. - Era una sera, oh non la scorderò mai, quella sera, Kammamuri! Io cercavo i serpenti sulle rive d'un ruscello, laggiù, proprio nel più folto dei bambù, quando a venti passi da me, in mezzo ad una macchia di mussenda, dalle foglie sanguigne, apparve una visione, una donna bella, raggiante, superba. Non ho mai creduto, Kammamuri, che esistesse sulla terra una creatura così bella, né che gli dei del cielo fossero capaci di crearla.
Aveva neri e vivi gli occhi, candidi i denti, bruna la pelle e dai suoi capelli d'un castagno cupo, ondeggianti sulle spalle, ne veniva un dolce profumo che inebbriava i sensi.
Ella mi guardò, emise un gemito lungo, straziante, poi scomparve al mio sguardo. Mi sentii incapace di muovermi e rimasi là, colle braccia tese innanzi, trasognato. Quando tornai in me e mi misi a cercarla, la notte era scesa sulla jungla, e non vidi né udii più nulla.
Chi era quella apparizione? Una donna od uno spirito celeste? Ancora lo ignoro. - TremalNaik si tacque. Kammamuri notò che egli tremava sì forte da temere che avesse la febbre
- Quella visione mi fu fatale, - ripigliò Tremal-Naik, con rabbia.- Da quella sera si operò in me uno strano cangiamento; mi parve di essere diventato un altro uomo; e che qui, nel cuore, si sviluppasse una terribile fiamma!
Si direbbe che quell'apparizione mi ha stregato. Se sono nella jungla, me la vedo danzare dinanzi agli occhi; se sono sul fiume la vedo nuotare dinanzi la prua del mio battello; penso e il mio pensiero corre a lei; dormo e in sogno mi appare sempre lei. Mi sembra di essere pazzo.
- Mi spaventi, padrone, - disse Kammamuri, girando all'intorno uno sguardo pauroso. - Chi era quella bella creatura?
- L'ignoro, Kammamuri. Ma era bella oh sì! molto bella! - esclamò Tremal-Naik con accento appassionato.
- Forse uno spirito!
- Forse.

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Autore: Emilio Salgari
Editore: CastelloVolante|Mur
isbn: 978-88-6399-042-3
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