Guerra in Tempo di Bagni

RosaLimone | Livorno

Vassallo, scrive un rosa che è un capolavoro di leggerezza spensierata. Lazzi cavallereschi, corteggiamenti e burle, in questa duello tra un anziano ammiraglio e il giovane nobile pretendente della figlia, naturalmente osteggiato.
Fa da sfondo una sorprendente Livorno balneare a ridosso dell’Unità d’Italia, quando la capitale era … Firenze.

...
Nella frescura dell’atrio, intorno a una tavola tonda, ingombra di giornali illustrati e di riviste s’era formato, nel riposo d’un marivaudage sottovoce, un gruppo di signori e dame, alla cui oziosa fantasticheria l’arrivo inopinato dell’ammiraglio Sterbini, aveva prodotto una certa sensazione. La bella marchesa di Santacilia aveva chiesto al barone De Renzis:
— Come mai quell’orso d’ammiraglio, nel Grand Hôtel?
— Fa specie anche a me: sarebbe lo stesso che veder voi entrare in chiesa.
— Eppure, ci vado spesso.
— Dunque peccate assai?
— Voi non siete il mio confessore.
— Ma sarei lieto.... di prepararvi dei materiali per lui.
L’ammiraglio attraversò il vestibolo, senza guardare in faccia a nessuno. Era un uomo piut-tosto alto, alquanto corpulento, eppure ben proporzionato. Il viso maschio, di lineamenti pronunziati ma regolari, era incorniciato da due scopettoni folti, crespi e grigi, come i capelli, e due sopraccigli ispidi ombreggiavano lievemente lo scintillìo di due occhi vivaci, penetranti, che non mancavano di dolcezza, gli occhi dell’uomo abituato alla vita libera e al comando. Entrato giovinetto nella marina napoletana, era poi passato sui legni italiani col grado di tenente di vascello, percorrendo man mano tutti i gradi, fino al supremo di ammiraglio. Dopo la presa d’Ancona, era stato posto all’ordine del giorno, esempio di valore e d’audacia. Salvatosi per prodigio, dopo atti eroici, nelle acque di Lissa, aveva avuto la medaglia d’oro e soleva dire:
— Questa vale meglio d’un titolo di principe.
Era stato anche ministro della marina, ma s’era dimesso dopo due o tre mesi, uggito delle formalità parlamentari.
— Preferirei — diceva — affrontare dieci Tegethoff, che un solo avvocato.
I colleghi videro con piacere la sua uscita dal gabinetto, perchè la sincerità del carattere è un gran brutto difetto, nella vita politica.
A poco a poco, l’ammiraglio s’era ritirato quasi da tutto, rifugiandosi a Livorno in una casa bella e tranquilla, con un giardino folto d’oleandri e di magnolie che proiettavano un’ombra mite e profumata sopra un grazioso chalet, trasformato in un nido carino per la figlia Bice che l’ammiraglio, s’intende alla sua maniera, idolatrava con tenerezze quasi materne miste agli scoppî irrefrenabili del suo carattere impetuoso, che non ammetteva volontà superiori alla sua, in nessuna questione, grande o piccola che fosse.
L’ammiraglio, dirigendosi al segretario dell’albergo, disse:
— Fatemi annunciare al conte Tibaldi.
Il barone De Renzis, che lo seguiva con la coda dell’occhio, bisbigliò nell’orecchio roseo della Santacilia:
— Suppongo d’essere sulle tracce.
— Si tratta di cosa interessante?
— Dipende: può finir subito nel modo più volgare, ma può diventare una commedia ricca d’intreccio e divertentissima.
— Quell’orsacchione avrebbe dunque qualche intrigo?
— Per amor di Dio! non sapete ch’egli, da vent’anni, ha una ripulsione profonda verso il gentil sesso?
— Non è che una restituzione.
— Eppure.... sarebbe meglio odiarvi!
— Badate: voi vi compromettete.
— Ah, siete voi che non vi compromettete mai abbastanza.
Sebbene aspettasse la visita, nel sentire annunciare l’ammiraglio il conte Tibaldi trasalì e ri-spose, con voce alquanto tremula, al cameriere:
— Fatelo passare nel salotto.
Massimo lo guardava con piglio un po’ canzonatorio, dicendo:
— Non ti manca più che svenire.
— No, — rispose Giorgio, — ti garantisco che sono forte e deliberato a parlare con la più grande chiarezza.
— E allora va e che Dio t’assista.
Giorgio si precipitò nel salone e afferrò la mano grossa e larga dell’ammiraglio che, in una stretta poderosa d’espansiva amicizia, quasi minacciò stritolare le dita sottili e aristocratiche del giovine conte.
— Come va, come va? caro conte! — esclamava l’ammiraglio, con la sua voce stentorea, — sono parecchi anni che non ci siamo visti; ma vi trovo sempre lo stesso: tranne i baffetti, siete sempre quel monello di una volta. Come somigliate alla mamma vostra! eh, gli anni passano: io vi ho visto alto così e allora eravate un grano di pepe. Vi ricordate quando, nel salotto, riesciste a portarmi via la sciabola? Io ci ridevo come un matto, ma qualcuno vi diede una buona tirata di orecchi. E a proposito di tirare: Avete continuato a tirare la grammatica in faccia al vostro maestro?
— Al contrario: ho fatto tutti i miei studi, con zelo prodigioso: basti dire che ho la mia laurea, e potrei anche difendere la vedova e il pupillo.
— Male, male: io detesto gli avvocati. Oh, scusate.... ma già voi lo siete così poco! Soltanto io non capisco come, con l’esempio di vostro zio.... quello era un uomo!... non vi siate dato anche voi alla carriera delle armi. Quante volte gli ho detto: consegna Giorgio a me, e ne farò un buon ma-rinaio. A quest’ora, sareste già tenente di vascello: magari mio aiutante di bandiera. Ma egli vi amava come un padre e non volle mai separarsi da voi. I vecchi sono egoisti.
L’egoismo dei vecchi? Ecco appunto, — pensò Giorgio, — il bandolo del discorso, l’argomento per entrare in materia: e raccogliendo le proprie forze, quasi soffiando con l’anima sulle fiamme dell’amore, per avvivarne l’incendio e ritrarne vigore, balbettò:
— Non tutti sono egoisti: voi, per dirne uno, siete l’esempio del contrario.
— Vi sbagliate, caro Giorgio, sono appunto il Dio degli egoistoni.
— Eppure, consacrate la vostra vita, come una madre, alla signorina Bice.
— Per amor del cielo! ho fatto appena appena il mio dovere e forse neanche, ma non potevo far di più. Avrei voluto tenerla con me, ma che educazione potevo dare io, un marinaraccio che qualche volta ha bisogno assoluto di bestemmiare, a una ragazza delicata come quella? Per ciò, fui costretto a metterla nel collegio di Poggio Imperiale, indicatomi appunto dal vostro povero zio. E ne fui ben soddisfatto. Bisogna dire che quelle brave signore hanno saputo coltivare mente e cuore nel-lo stesso tempo. È istruita, è svelta, è amorevole....
— Ma dica pure liberamente ch’è un vero prodigio. Non ho avuto l’onore d’avvicinarla che nei tre giorni ne’ quali mio zio la volle presso di sè....
— Brav’uomo! quanto le voleva bene!
— Ma come si fa a non volerle bene? Le assicuro che io.... tutti ne siamo rimasti incantati: non ho mai trovato, in nessuna creatura, unite tante doti di bellezza, di grazia, di spirito....
La faccia larga dell’ammiraglio si spianava, irraggiando tutto l’orgoglio paterno: pure, bru-scamente interruppe:
— Peccato che sia una ragazza! io non avevo, sognato che un maschio magari brutale come sono io, a costo che facesse eco ai giuraddii che mi scappano ogni tanto di bocca. Quando mi scap-pano, Bice fa una certa smorfietta, che bisognerebbe vederla: e io a dirle: abbi pazienza, figliuola mia, non conosci il nostro proverbio? si naviga senza vento, ma senza moccoli no!
— Sarà contenta però d’essere in casa sua, vicina al suo papà.
— Poverina: si contenta di ben poco, perchè, diciamolo pure, io non sono una delle compa-gnie più piacevoli per la sua età. A proposito, venite a trovarci la sera: almeno, si faranno quattro ciarle: berrete del grog delizioso e vi farò fumare le sigarette russe.
— Buone: ma non verrò certamente attratto dalle sole sigarette russe....
— Pure, è quel che troverete di meglio; apprezzo gli amici, ma non amo i conoscenti: per cui le visite sono molto rare e la conversazione è poco brillante. Tali sono le mie abitudini. Quando mia figlia sarà maritata, diventerà lei la padrona e farà quel che le piacerà. A me basta che mi lascino un cantuccio caldo e una tazza di grog.
— E pensate di maritarla presto?
— Più presto che sia possibile.
— Vedete, dunque, che siete tutt’altro che un egoista?
— Al contrario: tutto è ispirato dal mio egoismo di vecchio. Ah, io non dissimulo: proprio così. Il matrimonio di Bice non porterà nessun cambiamento nella mia vita. Ella sposerà il capitano Ezio Liberti, che a giorni appunto, reduce da Massaua, deve arrivare a Livorno.
— Ma è proprio deciso questo matrimonio?
— Sfido! voi sapete che il padre di Liberti mi ha salvato la vita, a Lissa....
— Conoscevo quest’episodio, ma mio zio mi raccontò invece che foste voi a salvare la vita al Liberti.
— Non importa! — brontolò l’ammiraglio, — sarà meglio dire che ce l’abbiamo salvata uno coll’altro, perchè ci siamo trovati nello stesso pericolo. S’egli non avesse spinto verso me la tavola che appena gli serviva d’appoggio, sarei perito: viceversa se, quand’egli, perdendo sangue dalla sua ferita alla spalla, quasi si svenne, non avessi nuotato per me e per lui, si sarebbe perduto. Del resto, povero amico, sarebbe stato meglio! La sua fine, in quel mare e in quel giorno, valeva meglio che una consunzione cancrenosa nell’ospedale. Ebbene, in quel momento supremo, facemmo quello che tutti avrebbero fatto nel caso nostro. Il superstite avrebbe pensato alla famiglia dell’amico. Io aveva una bimba, egli un ragazzino. Toccò a me essere il padre di suo figlio. E mi fa piacere d’avere esaudito i voti di quell’amico impareggiabile, perchè il capitano Ezio Liberti è degno figlio di suo padre. È marinaio di razza. È stato nelle Indie, al Giappone, in America, sempre in navigazione, da dodici anni, egli non conosce che la vita del mare. Lo lasciai, si può dire, ragazzo: e ora si sarà fatto bello, grande e grosso, forte come suo padre. Mi par di vederlo.
— E vostra figlia è contenta?
— Ma sarà contentona! e dove trovare un marito meglio di Liberti?
— Capisco; ma se non si conoscono?
— Tanto meglio; passeranno il tempo a conoscersi. E come vi dicevo, con questo matrimonio sarà coronato il mio legittimo egoismo. Un uomo di mare è il marito ideale. Ogni tanto parte, fa un viaggetto, ritorna come un fidanzato e ricomincia la luna di miele. È soppressa quella eterna vita in comune che spegne ogni poesia nel matrimonio. Credete, quand’ io, di ritorno dai paesi lontani, rivedevo la mia buona Eleonora, mi pareva di tornare, com’è veriddio, a vent’anni. E così, ora, quando Ezio sarà in viaggio, io riacquisterò in casa tutta la mia sovranità di padre: e farò tutto quello che voglio io, anche perchè io voglio soltanto quel che vuole mia figlia.
— Dunque la signorina Bice consente a questa unione?
— Non c’è dubbio.
— Non ha fatto nessuna obiezione?
— Anzi, è stata esplicita: lo sposerò se mi piacerà. E siccome non può a meno di piacerle....
— Resta a vedersi: alla simpatia non si comanda. Credo anch’io che il capitano Liberti sia un valentuomo, ma potrebbe essere pure che non le andasse a genio.
— Ma dal momento che piace a me.
— Non dovete mica sposarlo voi! e se a lei non andasse, vorreste sacrificare vostra figlia?
— Ma che sacrificio d’Egitto! Non è gobbo, non è storto, farà una splendida carriera, che mai si potrebbe desiderare di più?
— Va bene, ma intanto non lo ha mai visto. E se provasse un senso di ripugnanza....
— Fisime da ragazza! penserei io a farla rinsavire, e a farle capire tutti i vantaggi che.... E poi se non volesse capire, corpo d’un cane, dovrebbe sposarlo ugualmente! Non mi rimangio la mia parola, io, per le smorfie d’una ragazza. Cioè, no: che cosa vado dicendo? sempre il mio caratterac-cio. Intendevo dire, che farò di tutto per persuaderla: se poi, davvero, non volesse saperne, dopo avere esaurito tutti i mezzi, non abuserò certo della mia autorità. E che diavolo!... le voglio troppo bene a quell’angelo mio.
— Ma se lo dicevo che siete un padre adorabile: e queste vostre parole mi dànno il coraggio di....
— Forse Bice vi avrebbe fatto qualche confidenza?
— No: Sono io piuttosto che vorrei prendermi la confidenza di....
— E parlate, perdio!
Si fa presto, a dire: parlate! Proprio in quel momento, Giorgio si sentiva ingrossare la lingua, come avesse, Dio liberi, bevuto dell’acido fenico: gli si confondevano le idee, e non riesciva neppure a spiccicare una parola che avesse un po’ di senso comune. Oh quanto volentieri avrebbe chiamato Massimo, per dirgli:
— Parla un po’ te.
E quel birbante di Massimo, che stava in ascolto dietro la portiera, si godeva l’imbarazzo dell’amico, mentre l’ammiraglio non sapeva spiegarsi quella pausa troppo lunga, che aveva interrotto un così amichevole discorso.
Finalmente, Giorgio, a un punto verde e paonazzo, fece uno sforzo supremo.
— Le mie parole arrivano male a proposito, lo capisco, ma è necessario ch’io mi spieghi: si-gnor ammiraglio, io sono innamorato di vostra figlia.
E sospirò, come si fosse tolta dallo stomaco una macina da molino.
— Ah, questa non me l'aspettavo.
— Neanch’io: io non so come, in così poco tempo, questa passione si sia impadronita di tutto il mio essere, nel cervello, nel sangue, in tutte le fibre....
— Ohe, un caso grave?
— Gravissimo.
— Ne sono proprio desolato. Non è necessario che vi dica della simpatia grandissima che ho per voi; in altre circostanze, sarei stato felice di ammettervi nella mia famiglia....
— Sarò un genero.... sarò un figlio, ve lo giuro, dei più amorosi e devoti.
— Ve lo credo: ma come si fa? Al punto in cui sono le cose, è impossibile.
— Voi mi riducete alla disperazione!
— Accidenti, che fuoco! non vi sapevo infiammabile a tal punto.
— Se avete amato, ammiraglio, mi capirete.
— Ah sì! chi se ne ricorda più? storia del medio evo! A ogni modo, vi compatisco, e non sa-prei neppure che cosa dirvi per consolarvi. E d’altra parte, credete che mia figlia sia disposta a cor-rispondervi? Non ho notato in lei nessun indizio che riveli preoccupazione di cuore, e voi sapete che l’amore è come il mal di denti, non si può nascondere.
— Vostra figlia è un angelo e non avrei mai osato dirle una parola, ma l’adorazione con cui la circondavo era a lei molto gradita e non ne faceva mistero. Quando le stringevo la mano, sentivo di non esserle indifferente. I suoi occhi si fissavano certe volte ne’ miei con un’insistenza dolce che mi fa ancora rabbrividire.
— E se non fossero che illusioni vostre?
— Non credo: a ogni modo, siate umano, lasciate che io le parli, lasciate ch’ella decida della sua e della mia sorte.
— Perdonate, ma questo è impossibile: anzi, con mio dispiacere, poichè le cose sono a tal punto, e per quanto io vi conosca per quel gentiluomo che siete, sono costretto, perdonate, vi ripeto, a chiudervi l’uscio di casa mia, che vi avevo spalancato con tanta cordialità.
— È una vera crudeltà.
— Ne sono afflitto quanto voi, ma è necessario, la prudenza lo esige, anche per evitare di trovarci tutti in una posizione falsa. Magari, quando sarà fatto il matrimonio....
— Prego, non me ne parlate. Questo matrimonio non si farà!
— Oh oh!... questo è un po’ troppo, caro conte, il matrimonio si farà.
— Non si farà.
— E io vi dico che si farà, — replicò a voce alta l’ammiraglio, cominciando a scaldarsi, — oh, corpo d’una saetta! vorrei vedere anche questa.
— Può essere ch’io ve la faccia vedere. Dal momento che mi respingete e mi mettete agli e-stremi, sento d’avere esaurito tutti i riguardi dell’amicizia....
Massimo, nell’udire queste parole dal suo nascondiglio, si stropicciò le mani, dicendo entro di sè:
— Bene, bene! l’amore improvvisa degli eroi.
L’ammiraglio pareva interdetto, quasi non sapesse se ridere di tale provocazione o prenderla sul serio. Poi, scoppiò in un accesso d’ilarità e disse a Giorgio:
— La vostra audacia non mi dispiace. È una specie di duello che mi proponete, e sia!
— È una guerra leale, in cui farò di tutto per impedire il progettato matrimonio e indurre vo-stra figlia a schierarsi dalla mia parte.
— E io farò di tutto in senso contrario.
— Ma io, assistito dall’amore, sarò più forte di voi.
— Non mi conoscete abbastanza, figliuolo mio. Sono vecchio e grossolano, ma furbo e forte.
— Sarò più fino di voi.
— Benone: e io vi do carta bianca: fate quel che volete, e se riescirete a mettermi nel sacco, mi confesserò per vinto.
— E io abuserò della vittoria.
— Si sa: guai ai vinti! ma se il vinto foste voi?
— Non posso essere vinto, perchè, son deciso: o vincitore.... o morto!
— Peccato che non siate entrato nella marina! Siamo dunque intesi?
— La guerra è dichiarata fin d’ora.
— Guerra senza tregua!
— Guerra aperta e inesorabile.
— Ma badate a spicciarvi, perchè il capitano sta per arrivare, e dovrete allora combattere due eserciti.
— Il vostro alleato sarà la vostra debolezza.
— Convien conoscere il nemico, non già disprezzarlo, voi commettete un primo errore stra-tegico.
— Non importa: il mio piano è tutto di sorpresa.
— E il mio di non lasciarmi sorprendere.
Stretta calorosamente la mano al conte, l’ammiraglio si dispose alla partenza.
Giorgio lo accompagnò assai gentilmente per le scale, e giunti nell’atrio si scambiarono una suprema stretta di mano.
L’ammiraglio disse gaiamente:
— Caro nemico.... addio!
— Nemico carissimo.... a rivederci.
— Da lontano!
Dopo un ultimo cavalleresco saluto, Giorgio si voltò per tornare in camera, e si trovò la via sbarrata dal barone De Renzis, che gli disse:
— Povero amico! c’è stata dunque una sconfitta?
— Ma che! appena adesso comincia la battaglia.
— Se vuoi mobilitarmi, son tutto a tua disposizione.
— Non dubitare, profitterò. Adesso, salgo un momento in camera mia....
— Potresti dire all’osservatorio. Ora mi spiego quella finestra d’angolo, tu puoi sorvegliare il campo nemico.
— Dunque, tu avevi capito?...
— Io? ma la cosa, caro mio, è ormai di dominio pubblico. Tutta la colonia ha gli occhi su te. Pensa, amico mio, che, in una stazione di bagni, l’unica distrazione è quella di sorvegliare il pros-simo. Tu hai già un pubblico. Attento, a non farti fischiare.
— M’affido a te: sei troppo abile commediografo, per non evitarmi un simile guaio. A rive-derci più tardi, ti terrò informato di tutto. E mi raccomando, la discrezione!
— Diamine!
Giorgio non aveva fatto ancora il primo capo di scale, che il barone disse alle signore e agli amici:
— Vi terrò a giorno di tutto.
Massimo, sdraiato sopra un sofà, aspettava nel saloncino.
— Siamo alla guerra, Massimo mio! —esclamò Giorgio entrando, — ti dirò, adesso, quel che ha risposto l’ammiraglio.
— Risparmia questa fatica; ho inteso tutto.
— E come ti pare che me l’abbia cavata?
— Meglio di quel che mi aspettavo. Adesso, dunque, per la prima cosa, devi far conoscere alla signorina Bice, chiaramente, le tue intenzioni. Sarebbe impresa da sciocco, voler entrare in pa-radiso a dispetto dei santi.
— E come si fa?
— Troveremo: intanto, passiamo un po’ in rassegna l’esercito nemico, la guarnigione della cittadella. Prima di tutto, c’è l’istitutrice, miss Trollope.
— E quella è nostra.
— È mia, se permetti; o almeno così spero. Poi c’è la governante, Teresa Baliani, una specie di duegna spagnuola, matura, orgogliosa, vanitosa e interessata.
— Ha troppi difetti, per essere temibile. O col denaro o con altri mezzi....
— Non pretenderai mica che conquisti la signora Teresa? L’avanguardia è composta del portiere Esposito Gennaro....
— Briacone, sordo e imbecille.
— Poi viene la linea di sostegno: il giardiniere.
— Prospero.... Tacconi; no, un nome che finisce in oni, cervello sottile e spirito maligno, giocatore di lotto.
— Ogni uomo ha il manico per afferrarlo; il manico di questo Prospero è la cabala; passiamo alla difesa interna; c’è Mario, il servitore, ex-marinaio, uomo fedele a tutta prova.
— Quello è un cane.
— E infine Lisetta, la cameriera...
— E quella è una civetta.
— Guardata dal cane; sono stato bene informato da miss Annie.
— L’essenziale, dunque, sarebbe di sedurre la governante.
— Una cosa da niente! è la sola impresa che mi spaventa.
— Guarda, guarda! — esclamò Giorgio, che occhieggiava dalla finestra, verso la palazzina dell’ammiraglio, — giusto lei, donna Teresa, che, armata del suo ricamo, va nello stabilimento per aspettare la padroncina. Coraggio, Massimo, il momento è propizio.
— Quanto berrei più volentieri due litri d’olio di fegato di merluzzo!

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Autore: Luigi Vassallo
Editore: CastelloVolante|Mur
isbn: 978-88-6399-017-1
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