Farfui

RosaLimone | Milano

Nell’anno 1901 gli archetipi della milanesità erano già tutti lì: l’agente di borsa, l’industriale quarantenne che si è fatto da sé, la moglie di famiglia borghese …solo un secolo prima. Farfui è un bel romanzo di Zuccoli, un po’ rosa ma non troppo, sicuramente godibile, di quei libri che si va avanti a leggere per sapere come vanno a finire.

...
Milano quell'anno sembrava palesar meglio del consueto la gioia strapotente di vivere che l'attività gigantesca le insufflava.
I suoi teatri luminosi, i caffè, i ritrovi erano stipati di pubblico. La, borghesia che dopo l'esposizione nazionale del 1881 aveva avuto la rivelazione della propria forza, s'era data appassionatamente alle industrie e al commercio, mutando viso in una ventina d'anni alla città e centuplicandone la possanza. Il frastuono era interminabile, soverchiato appena dal battere reiterato e senza requie della campana dei trams; tutte le vie formicolavano il giorno d'una folla avida di
lavoro e di guadagno; quando s'accendevano i lumi, era uno straripar nelle strade d'un'altra folla che correva a pagarsi i suoi piaceri. I milanesi non vanno mai piano. Milano andava formandosi quella maschera di città inesorabile, che abbatte e uccide i deboli, che non dà quartiere agli imbelli, e suscita ed esalta e innebria i forti.

Edoardo Falconaro, Morella, Lorenzo, tre milanesi di razza, vivevano la vita prosperosa della loro città con un senso di compiacimento.
La prepotenza trionfatrice della metropoli lombarda andava dilatandosi; quasi si sarebbe detto che si vedeva salire di giorno in giorno e dirompere come un fiume dalle acque veementi e torbe.
Il piccolo Farfui aveva compiuto quattr'anni, e prendeva parte anche lui alla vita milanese.
Passava sul Corso in carrozza con la sua mamma, e rideva felice quando i cavalli dovevano fermarsi per dar luogo a tante carrozze e alle automobili e ai trams ch'erano avanti; egli rideva, sapendo che Battista, il grosso cocchiere, si mordeva le labbra pel dispetto di dover fermare Bozzolo e Valì, che stavano spiegando le loro stupende virtù di trottatori.
E al piccolo piaceva di dovere nel frastuono alzar la voce, a farsi intendere. Sua madre e la signorina gli avevano insegnato che in casa non si alza la voce, che la voce non si alza mai, se non per una necessità; e quando il fragore della vita pulsante intorno era più vivo, Farfui urlando come un indemoniato, si ripagava a usura del tono sommesso che doveva usar tutto il giorno; e non era poco il suo
spasso a veder le faccie costernate della mamma e della governante.
Egli andava anche a teatro con Morella e Lorenzo a veder «le maschere». Per lui tutti gli artisti, lirici o drammatici, erano maschere, perchè vestivano in costume e comparivano sul palcoscenico; ma aveva per quelle maschere e per le altre che incontrava in istrada durante il carnevale un rispetto non privo d'invidia, un timore di venerazione, aspettandosi da loro cose stravaganti e difficili.
Farfui prendeva parte alla vita milanese; conosceva i bei negozii della città, e sapeva indicar benissimo alla cameriera dove occorreva recarsi per comperare i «marrons glacés» più grossi o i soldatini più solidi. Egli proteggeva tre o quattro negozianti di specialità, e quando recavano un involto, lo osservava per rilevare se venisse veramente da qualcuno dei suoi prediletti. Non sapeva ancora leggere; ma ricordava bene che la carta dell'uno era stampata con lettere rosse, e che il nastrino
dell'altro era verde, e che il terzo dava insieme all'involto un bel libriccino con le figure. E faceva gran conto di quelle infallibili indicazioni.

Appunto per accondiscendere alle preferenze di lui, un giorno Morella
condusse il bambino da un pasticciere che piaceva molto a Farfui, e gli lasciò comperare i dolci di suo gusto. Mentre ella usciva dal negozio, un uomo che ronzava là intorno da qualche tempo, le fece un profondo saluto. Morella rispose, e allungò un poco il passo....
- Chi è, mamma, quel signore? - domandò Farfui.
Morella, non rispose e il bambino volgendosi vide che l'uomo salutava
anche lui.
- Mi ha salutato, mamma, quel signore! - egli disse con aria mportante.
- E tu, che hai fatto? - domandò Morella continuando a camminare.
- Io l'ho salutato. Va bene, mamma? L'ho salutato anch'io!
- Va bene, - disse Morella.
Il signore che aveva salutato era Mariano Frigerio. Aveva salutato e tirato dritto, non osando fermare Morella; la sua camicia era priva di solino, il mantello spelacchiato, le scarpe sudice di mota; già gli pareva troppo che la signora avesse risposto chinando graziosamente il capo.

Mariano Frigerio sentiva d'esser condannato a sparire nel tumulto furioso di vita e di ricchezza che imperversava per la città, spazzando via gli uomini inutili.
Egli non aveva posto; i suoi compagni di lavoro l'avevan così sopravanzato, che quand'anche gli fosse stato possibile di riprender la corsa, non li avrebbe raggiunti più mai. Del resto, l'abitudine all'ozio imperava più forte di qualunque ragionamento. In casa c'erano ancora Livia, la quale si dilettava d'ubbriacarsi quando poteva, e il piccolo Fausto che aveva ormai valicato l'anno; ma non c'era altro.
Una delle due camere non aveva per addobbo che una tavola di rozzo legno bianco, nella quale era riposta una rivoltella, comperata quando Mariano aveva ancora qualche cosa da difendere. Gli oggetti d'arte, venduti pezzo per pezzo e non più a prezzi «di favore» come Mariano definiva la vendita fatta a Edoardo, ma a prezzi «di fame», a rivenduglioli e a rigattieri. Nell'altra camera rimanevano il letto veneziano in cui dormivano Livia e Fausto, e quel divano di cuoio, che un giorno faceva parte del «servizio per pancioni» e ora dava asilo al disgraziato, il quale si copriva con un paio di vecchie tende. Qua e là, stoviglie sporche e catinelle e forchette gettate alla rinfusa con
pezzi di sapone, e coltelli con cosmetici e pomate; perchè in quel naufragio spaventevole, Livia aveva perduto tutto, fuorchè l'abitudine d'imbellettarsi e di farsi un viso.

Mariano era agli estremi; e come certi animali che diventan più feroci
quando si sono addossati a un tronco e parano o inferiscono gli ultimi colpi, Mariano s'era fatto pericoloso. La sua agonia morale doveva essere tremenda. Di Livia non gli importava nulla; spesso la saziava a pedate. Ma egli teneva l'occhio su Fausto; il bambino aveva fame, era stato slattato e non gli davan da mangiare; strillava l'intero giorno e i vicini cominciavano a lagnarsene; se avessero mosso qualche osservazione al padron di casa, sarebbe venuto lo sfratto, perchè
Mariano era in arretrato col pagamento del fitto.

Andò a cercare di Scopa, di quel mercante di formaggio, rissoso e
provocatore, che Mariano si divertiva a beffare. Scopa era ricco, e sotto la scorza brutale non aveva cuor cattivo; per Mariano doveva nutrire una specie di simpatia poichè non l'aveva mai accoppato con un pugno; e ora lo avrebbe aiutato, rivedendolo dopo tanto tempo così mal ridotto, senza scarpine verniciate. Per trovarlo, Mariano si trascinò a piedi fino a Corsico, in una giornata frigida e nebbiosa. La bruma era pesante e su dal Naviglio fumigava un denso vapore acqueo, il quale si diffondeva nell'aria e toglieva la vista degli oggetti a pochi passi di distanza; una acquerugiola quasi impalpabile scendeva senza posa
dalla mattina, tramutando la strada in molle e lubrico pantano.
Scopa non c'era. Mariano interrogò i conoscenti e non potè averne notizie precise. Ma unpizzicagnolo, largo d'epa e sciolto di lingua, il quale stava sul limitare della sua bottega, udì quel nome e rispose con un sogghigno:
- Ah cerca di Scopa, lei?... Scopa è in galera.
- Accidenti! - pensò Mariano con un brivido. - Gliel'avevo detto!
- Già; dieci anni di reclusione, - seguitò l'altro, contento dell'effetto ottenuto con le sue parole. - E sono dieci perchè non sono trenta. Ha avuto fortuna, nel suo genere.... Guardi: proprio dov'è lei, Scopa ha aperto la pancia di Pinotto con una coltellata, e Pinotto è caduto lì.... Conosceva Pinotto? Bene.... Sa che Scopa aveva sempre in tasca quel suo coltello, largo tre dita, che gli serviva per il grana?...
Bravo. E con quello ha «liquidato» Pinotto.... Dieci anni di reclusione, perchè gli avvocati.... Basta pagarli, gli avvocati.... Negherebbero Cristo in croce.... Gli avvocati han dato ad intendere che il povero Pinotto aveva schiaffeggiato lo Scopa. Ma io che ho visto con questi occhi perchè ero qui, come adesso, sulla porta....

Mariano non volle udire più. Era la maledizione; gli amici gli cadevano al
fianco, il vuoto gli si faceva intorno.... Fissò il fango a terra, pastoso e
sdrucciolevole; veramente, la terra gli sfuggiva sotto i piedi....
E ripensò all'atroce profezia gettata in faccia allo Scopa in un giorno di
buonumore, con venticinquemila lire nel portafoglio: «Morirà in pace, al reclusorio di Pallanza». Ne ebbe rimorso e paura.... Scopa aveva risposto con un'altra profezia....

Stette un paio di giorni chiuso nelle sue camere, mangiando quei rifiuti dei salumieri, che la plebe milanese chiama «repubblica»; poi uscì, e s'imbattè in Morella Moro, che aveva per mano Aquileio. La carrozza l'aspettava; una bella carrozza chiusa di color verde cupo filettato di rosso, tratta da Febo, che invecchiando s'era ammansato. Fu un raggio di luce. Bisognava parlare a Lorenzo Moro, chiedere a lui,
commuoverlo. E si recò da Lorenzo.

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Autore: Luciano Zuccoli
Editore: CastelloVolante|Mur
isbn: 978-88-6399-011-9
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