Demetrio Pianelli

RosaLimone | Milano

Le vicende della famiglia Pianelli, in una sorta di affresco rosa-noir. Vizi, disgrazie economiche, amori, morti e redenzioni in una Milano fin de siecle di piccoli funzionari alle prese con la vita di ogni giorno.

...
Verso mezzodí Cesarino Pianelli, cassiere aggiunto, vide entrare nell'ufficio il cassiere Martini piú pallido del solito, col viso stravolto, con un telegramma in mano.
«Ebbene?» gli domandò, «che notizie mi dà?»
«Bisogna che io parta immediatamente. È moribonda!» rispose il Martini, con un groppo alla gola che gli mozzò le parole.
Povero diavolo! L'aveva sposata da poco piú di un anno e dopo un anno di tribolazioni, e quasi di agonia continua la poverina moriva consunta a Nervi, dove il medico l'aveva mandata a passare l'inverno.
«Vada, vada, Martini, resto io. Si faccia coraggio, vedrà. La gioventú si aiuta sempre.»
«Dovrei avvertire il commendatore, ma la corsa parte alle dodici e quarantacinque e non ho tempo. Gli scriverò appena potrò. Guardi, Pianelli, chiudo in questa cassa i valori principali e lascio a lei la chiave di quest'altra cassa. Vuole che gliene faccia la consegna? Saranno dieci o dodici mila lire in tutto.»
«Se lei si fida di me, per conto mio non ho bisogno di consegna» soggiunse il cassiere aggiunto, tutto commosso e premuroso.
«Mi fa una carità. Tenga conto del movimento di cassa e basta.»
«Si fidi di me: vada, non perda tempo» disse premurosamente il Pianelli, confrontando il suo orologio con quello elettrico del cortile.
«Se c'è bisogno, mi telegrafi.»
«Si faccia animo; fin che c'è vita, c'è speranza.»
«Grazie» balbettò il Martini.
Strinse la mano al Pianelli, sforzandosi di ingoiare le sue lagrime e se ne andò.
«Povero diavolo!» mormorò l'altro, tornando al suo posto. «Se c'è un galantuomo, gli càpitano tutte.»

Era il giovedí grasso.
Cesarino Pianelli, detto anche lord Cosmetico, cassiere aggiunto alla Posta, si ricordò che per le due e mezzo aveva dato convegno al Pardi, al Caffè Carini, e cercò di sbrigare in fretta le quattro faccende della giornata. Era un giorno di mezza vacanza anche per lui, che per parte sua conosceva magnificamente l'arte di prendersela.
Quel giorno aveva promesso a sua moglie, Beatrice, di condurla sul balcone del Gran Mercurio a vedere le maschere.
«Ci vediamo stasera?» domandò il Buffoletti, cacciando la testa nel finestrino dei pagamenti.
«Sí, ma non prima delle undici.»
«Meni tua moglie?»
«Sí.»
«Mi ha promesso l'Argo della Ragione che verrà a fare una lunga descrizione della festa sul giornale. Dammi il nome della tua signora.»
«Beatrice. Se questo signor Argo ci onora, avrò piacere di presentargliela.»
«Guarda che i giornalisti sono pericolosi.»
Il Pianelli, che scriveva, fumava e parlava tutto in una volta, mandò in aria un soffio lungo di fumo con una smorfietta della bocca, come se volesse dire: “Bah, soffio in viso ai giornalisti, io.”
«Viene anche il commendatore?»
«Sono stato a invitarlo; è raffreddato, ma cercherà di non mancare.»
«A rivederci.»
«Addio, bambino.»
Il circolo Monsù Travet era stato promosso e messo in piedi da questo Cesarino Pianelli nei primi giorni di carnevale, per offrire agli impiegati di diverse amministrazioni e alle loro egregie famiglie il mezzo di divertirsi e di far quattro salti in economia.
La proposta ed il piccolo programma avevano trovato appoggio non solo tra gli impiegati della Posta — eccettuati, naturalmente, i pezzi piú grossi — ma anche tra molti impiegati del Municipio e di Banche private, che avevano versato in mano al Pianelli le venti lire di primo ingresso e via via le cinque lire mensili per tutti i mesi dell'inverno.
Era un modesto principio: ma si sperava che il circolo non dovesse morire cosí, e potesse col tempo trasformarsi in un club di riunioni serali, o in un casino di lettura, o in un sodalizio di mutuo soccorso, in una cooperativa, o in qualche diavolo di questo genere.
Non erano le grandi idee che mancavano a Cesarino Pianelli, che se avesse avuto centomila lire alla mano...
Ma il primo suo torto era di non averle. Se però gli mancavano i denari gli stava a pennello il titolo che gli avevano regalato di lord Cosmetico, appunto per le sue arie di grandezza e di sufficienza, per la eleganza del suo modo di vestire, per i colletti in piedi, colle cravatte costose haute nouveauté, per i polsini che parevano di porcellana, e piú ancora per la lucentezza della chioma, tirata a furia di cosmetico in due pezze profumate sopra le tempie e aperta in due ventagli meravigliosi dietro le orecchie.
Non piú giovanissimo, anzi, se si deve dire, piú vicino ai quaranta che ai trentacinque, sapeva ancora colla carnagione bianca e fine e colla sua aristocratica magrezza resistere agli urti del tempo e aspirare al titolo di eterno bel giovine. La barba nera e crespa, morbida, divisa in due piccole punte sul mento, finiva col dargli quel carattere contegnoso e diplomatico che in questi tempi di americanismo insorgente non si trova piú che nei grandi camerieri del Cova, ultimi custodi delle tradizioni dei Palmerston, degli Ubner, dei Visconti-Venosta.
Era un magro giovedí grasso. Piovigginava. Tuttavia le strade formicolavano lo stesso della solita gente che ha sempre voglia di veder qualche cosa anche quando non c'è niente da vedere e che, in mancanza di meglio, si contenta di vedere sé stessa. Qualche balcone addobbato, qualche strillo di mascherotto, qualche carrozza coi campanelli, davano di tempo in tempo delle illusioni di giovedí grasso, ma intanto piovigginava malinconicamente.
Il Pianelli trovò il Pardi, com'erano d'accordo, seduto davanti a un tavolino del Caffè Carini, sotto i portici meridionali.
Melchisedecco Pardi, fabbricatore di nastri di seta con ditta al ponte dei Fabbri, uomo già sulla cinquantina, grasso d'una grassezza floscia e linfatica, buono d'animo, non ingenuo negli affari, che soffiava forte dalle canne del naso nel grosso bavero del suo paltò color nocciuola, era detto anche Pardone per la sua leale bonarietà e per la sua pancia.
Oltre il merito di saper fare molto bene il suo mestiere, aveva quello d'essere il marito della bella Pardina, una vespa tutt'ossi e spirito, con occhi tremendi, che da ragazza lavorava in fabbrica per dieci soldi al giorno, che aveva saputo farsi sposare dal padrone e che, a credere alle ciarle, fabbricava ancora molto bene i suoi nastri a parte.
Palmira Pardi e Beatrice Pianelli s'erano trovate a passare una vacanza insieme a Tremezzo sul lago di Como, all'albergo Bazzoni, dove piú d'una volta capitarono i rispettivi mariti colla solita corsa del sabato.
In campagna le amicizie sono presto fatte tra gente simpatica. Chi non avrebbe voluto bene a quel buon uomo grasso, cosí fino conoscitore del vino di Piemonte? Sempre d'un umore, piene le tasche di biglietti di banca, avrebbe sempre voluto pagar lui, tanto da obbligare lord Cosmetico, per non restare mortificato, a far portare il marsala o il bordò o a improvvisare un trattamento di dolci alle signore sulla terrazza.
«È un pezzo che mi aspetti?»
«Un momento. Ho ricevuto stamattina il tuo biglietto.»
«Dunque? Me le puoi dare queste duemila lire?»
«Signore Iddio!» rispose il Pardi, grattandosi l'orlo di un orecchio. «Come puoi avere bisogno di duemila lire?»
«M'è capitata una disgrazia in un pagamento.»
La voce del Pianelli si affievolí un poco. Si vedeva l'uomo non abituato a dire bugie.
«Di' che hai giuocato, invece, e che hai perduto e amen!»
«Chi ti ha detto che ho perduto?»
«Palmira.»
L'occhio di Cesarino s'incantò un momento nell'aria.
«E mi ha detto che hai giuocato col tenore...»
«Bene, sí, ho giuocato e ho perduto. È una disgrazia anche questa che capita a chicchessia.»
«Se tu mi avessi detto che in questo vostro Circolo si giuoca, non avrei dato le mie venti lire di buon ingresso.»
«Non è che si giuochi, anzi è proibito; ma quando passa una cert'ora, se c'è chi tenta, non si è obbligati a essere sant'Antonio.»
«Io non so che gusto da bestia ci trovate in queste maledette carte.»
«Ognuno ha i suoi gusti, Secco. Tu, per esempio, preferisci andare a dormire all'ora delle galline e c'è chi ama provare delle emozioni.»
«Tua moglie lo sa?»
«Che c'entrano le donne?» disse lord Cosmetico affettando un sublime disprezzo per le donne.
Il Pardi, che pareva un uomo sulle spine, dopo aver cercato il cameriere cogli occhi, comandò una birra.
Cesarino volle un assenzio.
«Ebbene, che cosa mi rispondi?» chiese dopo un lungo e penoso silenzio il Pianelli, mentre lasciava cadere a goccia a goccia l'acqua chiara nel suo bicchiere d'assenzio verdognolo.
Il Pardi tentennò il testone, gonfiò le ganasce e, col tremito di una ragazza che resiste a care tenerezze, rispose:
«Mi rincresce ve', ma questa volta non posso proprio davvero.»
Cesarino, che non si aspettava un rifiuto, indovinò subito da chi il buon ambrosiano aveva ricevuta l'imbeccata. Con uno di quei risolini sardonici con cui lord Cosmetico soleva soffiare la sua grande superiorità di spirito, domandò:
«Te l'ha detto anche questo tua moglie?»
«Uff!» fece il buon Pardone, voltandosi per due terzi sui gomiti a guardare nella piazza dove la folla andava agglomerandosi e crescendo. Il Pianelli era stato buon indovino. Palmira aveva proibito assolutamente di dare piú un soldo a questa gente bislacca e bisognava ubbidire.
«Senti, ti faccio anche una cambiale, se vuoi.»
«Che cambiale! Non posso, perché non ne ho.»
«Sai, son debiti d'onore!»
«Che onore d'Egitto! l'onore è quando si lavora e si paga il lavoro degli altri.»
«C'è onore e onore, Pardi, e spiace sempre di fare una cattiva figura.»
Cesarino pregò ancora una volta cogli occhi piccini e addolorati in cui si agitava una grande paura. Ma il Pardi si voltò a guardare le maschere.
Un piccolo raggio di sole, allargandosi attraverso all'aria bagnata, entrò in una luce biancastra e diluita a rallegrare un poco il Caffè, mentre nell'altro lato della piazza, al comparire della prima mascherata colla banda, si rianimava un po' di rumore.
Seguí un altro bell'istante di silenzio, duro e arcigno da una parte, tedioso e incomodo dall'altra, durante il quale il Pianelli pensò se doveva inghiottire l'orgoglio e commuovere l'amico col racconto di tutta la verità.
E la verità era questa: le due mila lire perdute al giuoco col celebre tenore Altamura non erano che il fondo di cassa raccolto per le feste del Circolo. Per una boria da lord Cosmetico il Pianelli aveva pagato in pronti contanti il suo debito d'onore, ma, non avendone di suoi, s'era servito del denaro degli amici. Ora cominciavano i guai, i sospetti, le diffidenze e aveva ragione di dire: “Spiace sempre di fare una cattiva figura....”
Ora si trattava non piú d'un debito di giuoco, ma di stima, di fiducia, di delicatezza, e a Cesarino bruciava piú che se avesse ricevuta una coltellata nella carne.
«Ti pago gli interessi» provò a soggiungere.
«Non ne ho, e quando non ne ho è come spremere l'acqua da un sasso» rispose con una certa furia di uomo seccato il buon Melchisedecco Pardi, detto anche Secco o Pardone.
«Scusa...» si affrettò a dire coi denti stretti lord Cosmetico, che credeva d'aver pregato fin troppo. «Ti chiedo un prestito, non ti chiedo mica l'elemosina, per tua regola.»
«Non....»
«Scusa, ho creduto di rivolgermi a un amico prima che a un usuraio.»
«Ma se....»
«Scusa, ti dico. Tu hai ricevuto gli ordini e fai bene a eseguirli.» E qui lord Cosmetico tracciò in mezzo al suo discorso funebre un risolino ancora piú sardonico e tagliente del primo. Poi soggiunse, alzandosi: «Scusa il disturbo e procura di dormire i tuoi sonni tranquilli.»
Pardone lo guardò con un occhio piccolo e cruccioso. Che cosa voleva dire il signore?
Coll'aria alta e principesca che sapeva assumere nei grandi momenti, lord Cosmetico gettò i sei soldi dell'assenzio sul vassoio e uscí dritto dritto in un pezzo come se avesse ingoiata una canna di fucile.
Stette un momento sulla soglia a contemplare l'unghia lunga del dito mignolo, che era il suo modo di riflettere nei momenti piú gravi e pensò di passare di là, al Caffè Campari, in cerca di un certo Guerrini, detto anche il Bòtola, che prestava volentieri al trenta per cento. Ma la piazza era cosí piena di gente in quel momento...
Pardone, appoggiato colle gomita grasse al tavolino e alla sedia, seguitò a guardare le maschere cogli occhi gonfi e imbambolati.
Una grande commozione saliva e scendeva dentro di lui, facendo quasi le onde nella carne floscia del suo corpo di buon ambrosiano.
Egli aveva obbedito a Palmira, col dar nulla, e Palmira non ragionava male. Casa Pardi non era il pozzo di san Patrizio. Né questa era la prima volta che Cesarino parlava di prestiti e di cambiali.
Prima trecento lire, poi cinquecento, poi ottocento, adesso duemila... eh! eh! ce ne vogliono dei nastri per far tanti denari...
Se il signor Pianelli voleva fare il lord e mandare in lusso la moglie, non era bello niente affatto che i conti li facesse pagare agli amici. Son giusto i tempi di mungere un povero industriale, coi prezzi che si fanno della seta!…
“Cambiali!” tornava a pensare il povero Pardone, tutto arruffato ancora della violenza fatta al suo buon cuore. “Quando non si ha che lo stipendio di un travetto, una moglie bella, giovine, ambiziosa e tre figliuoli da mantenere, le cambiali si possono dare alla lavandaia insieme alla... alla... dei marmocchi.”
Pardone, gonfio ancora come un boa, ripeté tre o quattro volte questo monologo, guardando senza veder nulla le maschere e la gente che si agitava verso l'arco della Galleria Vittorio Emanuele.
Finalmente ordinò al piccolo un'altra birra.
“Che cosa aveva voluto dire il signore colla frase: cerca di dormire i tuoi sonni tranquilli? Voleva alludere a Palmira e al tenore?”
Egli era buono come un angelo, buono due volte, ma non tre volte; e il signor Cesarino aveva torto di vendicarsi di un rifiuto col lanciare là delle frasi in aria senza senso. Stupidello!
Si voltò ancora una volta verso i portici nella speranza di vedere ancora il Pianelli. Aveva bisogno di farsi spiegare quella frase. Era stato una bestia a non chiedere subito una spiegazione...
Girò gli occhi in su e in giú, ma il Pianelli se ne era già andato. Pardone avrebbe dato ora non due, ma quattro mila lire e una tazza di sangue per avere la chiave di quelle maledette parole.
Sentendosi morir di sete, tracannò d'un fiato il suo shop di Vienna, e si nettò i baffi bagnati di spuma col dosso della mano bianca e grassoccia.

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Autore: Emilio De Marchi
Editore: CastelloVolante|Mur
isbn: 978-88-6399-004-1
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